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10 / 11 / 2020

ambiente In Italia mancano gli impianti per gestire i rifiuti: i costi di smaltimento sono già saliti del 40%


Ref ricerche: «Vincoli di carattere amministrativo e di consenso tendono a ostacolare gli investimenti necessari per adeguare la capacità produttiva. In questo quadro, le istituzioni sono spesso mancate nel loro ruolo di “governo” dei fenomeni»


In Italia vengono prodotti ogni anno circa 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani e, benché siano spesso lontane dal pubblico dibattito, 138 milioni di tonnellate di rifiuti speciali: se per la prima categoria anche l’Istituto superiore per la protezione ambientale (Ispra) ha voluto sottolineare che «vi sono regioni in cui il quadro impiantistico è molto carente o del tutto inadeguato», la seconda vive ormai in un regime d’emergenza costante. Come documenta Ref ricerche nel rapporto Gestione dei rifiuti: per le imprese costi in aumento, pubblicato oggi per offrire una stima dell’aumento dei costi di gestione dei rifiuti per l’industria, si stima che «l’incremento medio dei costi possa avere superato negli ultimi due anni il 40% e che tale incremento corrisponda, per la sola industria manifatturiera, ad un aggravio di costi di 1,3 miliardi di euro all’anno».

Come mai? Negli ultimi due anni le imprese hanno registrato crescenti difficoltà nella gestione dei rifiuti, e per Ref ricerche «la causa va ricercata nella saturazione della capacità disponibile negli impianti», che a sua volta si ripercuote sulla collettività in termini di competitività del tessuto economico, costi per le imprese e anche per le famiglie. Il “Borsino dei rifiuti” segnala ad esempio un costo di smaltimento pari in media a 160 euro a tonnellata – valore praticamente raddoppiato rispetto a pochi anni fa – con punte di 240 euro a tonnellata, con ampie differenze a seconda delle frazioni di rifiuti considerate: se per i non pericolosi si registra ad esempio un incremento del 35%, per i pericolosi si arriva al +100% negli ultimi due anni.

Le motivazioni alla radice di quest’impennata nei costi di gestione dei rifiuti sono molteplici, e talvolta controintuitive. Si guardi ad esempio all’andamento della raccolta differenziata, ormai in crescita costante anche in aree del Paese – come il Mezzogiorno – che scontano ancora ritardi storici: «L’aumento dei tassi di raccolta differenziata e dei rifiuti avviati a riciclo ha determinato un incremento dei sovvalli destinati a smaltimento e a recupero energetico», ricordano da Ref ricerche dettagliando il caso della plastica: i volumi raccolti sono aumentati del 35% dal 2013 al 2017, e i conseguenti scarti destinabili a recupero energetico sono aumentati di 180mila tonnellate. Ecco perché si parla di “ciclo integrato dei rifiuti” con la necessità dei rispettivi impianti ad ogni step della gerarchia europea, nonostante sia ancora credenza diffusa che una volta raccolti in modo differenziato in qualche modo i rifiuti “spariscano” insieme al bisogno di impianti per trattarli.

Oltre all’aumento delle raccolte differenziate, Ref ricerche individua molteplici tendenze alla radice della crisi in corso: il forte aumento della produzione di rifiuti speciali nel triennio 2014-2017, sostenuta da una ripresa del comparto manifatturiero; la chiusura del mercato cinese alle importazioni di rifiuti a partire dal gennaio del 2018, sottolineando che «gli incendi e le pratiche illegali sono una conseguenza della situazione che si è venuta a creare», come testimoniato anche dalla Direzione investigativa antimafia; la sentenza del Consiglio di Stato del 28 febbraio 2018 ha bloccato la autorizzazioni “caso per caso” rilasciate dalle Regioni per i processi di recupero End of Waste, dato che «le problematiche autorizzative permangono» anche a seguito dell’intervento normativo nel decreto Crisi aziendali; lo stop allo spandimento in agricoltura dei fanghi di depurazione, a seguito di una sentenza del Tar Lombardia del 2018 che «ha gettato tutta l’industria nello stallo, fino al ripristino dei limiti alla concentrazione di inquinanti previsto dal “decreto Genova”, che ha in parte giovato»; l’opposizione delle regioni alla libera circolazione dei rifiuti urbani tal quale destinati a recupero energetico, così come auspicata dall’art. 35 dello “Sblocca Italia” (2014) per assicurare l’autosufficienza nazionale, ha «implicitamente avallato la prassi di trattare i rifiuti urbani al solo scopo di “trasformarli” in speciali, di libera circolazione».

Tutte queste cause vedono un’unica soluzione che possa assecondare i criteri di sostenibilità e prossimità: la realizzazione di nuovi impianti per gestire i rifiuti – compresi gli scarti dell’economia circolare – sul territorio, che richiama alla necessità di una presa di coscienza da parte di istituzioni e politica. Da una parte «occorre ripensare profondamente la gestione dei rifiuti del Paese, superando il dualismo tra rifiuti urbani e speciali e costruendo gli impianti necessari alla loro gestione», come spiegano da Ref ricerche osservando che «lo stesso dibattito in seno alla DG Ambiente della Commissione Ue sta valutando l’introduzione, a partire dal 2024, di target di riciclo/recupero anche per i rifiuti speciali, come riportato dall’art. 11, comma 6 della Direttiva 851/2018». Contemporaneamente  occorre superare quei «vincoli di carattere amministrativo e di consenso» che «tendono a ostacolare gli investimenti necessari per adeguare la capacità produttiva. In questo quadro – sottolineano da Ref ricerche – le istituzioni sono spesso mancate nel loro ruolo di “governo” dei fenomeni, sviando le questioni che le vedono investite direttamente di un ruolo di pianificazione, come per il caso dei rifiuti urbani, e demandando al mercato soluzioni che il mercato stesso non era in grado di trovare».

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