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26 / 12 / 2020

notizie sui mercati L'Italia non si è attrezzata per riciclare la plastica che la Cina non vuole più


Mancano aziende e competenze per costruire un'economia circolare dai rifiuti, dopo il blocco di Pechino avviato nel 2018


(foto: dal documentario Plastic China)

Fino a pochi anni fa, era la Cina ad accogliere la plastica del mondo per recuperarla. Il Dragone si è fatto carico per decenni degli scarti dell’Occidente, costruendoci attorno un’economia, in molti casi industriale, a volte fatta di piccoli e precari laboratori artigianali, come raccontato dal pluripremiato documentario Plastic China.


Le cose sono parzialmente cambiate a gennaio del 2018. Dopo un annuncio avvenuto pochi mesi prima, e con una decisione improvvisa che ha lasciato spiazzati molti, Pechino ha varato la politica National Sword mettendo al bando l’importazione di 24 tipi di materiali solidi, oltre a porre severi limiti sul grado di contaminazione degli altri: stop al pattume indifferenziato, ad esempio, ma anche alla carta contaminata da grassi. Il nuovo corso, secondo il governo, è imposto da ragioni ambientali, e a poco sono valse le proteste dei membri dell‘Organizzazione mondiale del commercio (Wto).


Questo repentino cambiamento di rotta ha ovviamente generato un impatto su una fetta di economia interna al paese, costretta a reinventarsi. Ma ha anche imposto agli stati occidentali di farsi carico, dall’oggi al domani, della gestione di miliardi di tonnellate di materiali che fino a poco prima venivano semplicemente spediti via nave in Oriente. Altri stati, come la Malesia, hanno provato ad accogliere il pattume proveniente dai paesi più industrializzati: naturalmente, non è bastato per  sostituire i volumi cinesi.


I politici europei e americani non hanno ancora deciso quanto questa inversione a U sia un problema o si possa considerare un’opportunità. Quello del riciclo è, senz’altro, un settore interessante per le economie che stanno avviando una transizione verso la sostenibilità. Da non sottovalutare neanche i risvolti occupazionali. Ma, lamentano gli operatori, se per la lavorazione di alcuni materiali mancano addirittura le competenze, per altri c’è carenza di regole chiare.


I rifiuti di Pechino


L’impatto più rilevante del bando della Cina si è avuto nel mondo della plastica. “Dal 1990 al 2013 Pechino è passata da 1 a 55 milioni di tonnellate di rifiuti plastici importati in arrivo da tutto il mondo. Ma dal 2017 al 2019,  è scesa a 8, e si sta progressivamente spostando verso lo zero”, spiega a Wired Giuseppe Piardi, presidente di Assoraee, l’associazione delle imprese di economia circolare che trattano rifiuti provenienti da apparecchiature elettriche ed elettroniche.


Recuperare la plastica non è facile: si stima che solo il 9% di quella in circolazione a livello globale sia riciclata. Metodologie produttive differenti impongono processi diversificati; per esempio, quella che contiene ritardanti di fiamma bromurati non può essere reimmessa sul mercato. La frazione che non è possibile riciclare finisce in discarica o bruciata negli inceneritori. O dispersa in mare, dove si scompone in microparticelle che entrano nella catena alimentre, e nelle viscere di pesci e umani.


Italia ed Europa si trovano abbastanza indietro al riguardo” – prosegue Piardi, rimarcando il divario – “tanto che abbiamo dovuto rivolgerci proprio alla Cina per imparare espedienti e tecnologie. Nel nostro continente si contavano sulla punta delle dita di una mano le aziende in grado di effettuare questo tipo di lavorazioni: oggi il quadro ha cominciato a evolvere, e sono diverse le realtà che si stanno impegnando per ampliare il recupero, soprattutto degli imballaggi”.


Discorso a parte quello dei rifiuti provenienti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee), una nicchia estremamente interessante in ottica di economia circolare. Dal videoregistratore al telefonino al modem, si stima che ogni dispositivo racchiuda una quota riciclabile che sfiora il 90%. In presenza del trattamento corretto, molti materiali possono tornare sul mercato sotto forma di “materie prime seconde”. Non solo plastica: ci sono rame, ferro, alluminio, ma anche metalli preziosi e minerali di varia natura.


Il ciclo dei rifiuti


In Italia, chiosa Piardi, un’industria del recupero esiste già da decenni, ma è limitata ad alcune componenti, perlopiù metalli: rame, alluminio, acciaio. Tutto il resto, ammette, deve ancora essere creato.


Ma cosa accade quando gettiamo un televisore o un copertone? Provare  a ricostruirlo consente di comprendere.  Il primo passo è la raccolta, cioè il conferimento del rifiuto a uno dei centri comunali. Cdcraee è l’ente che li riunisce. Qui, spiega Fabrizio Longoni, direttore generale dell’ente, si trova il primo collo di bottiglia. “La plastica? Dal nostro punto di vista, il blocco della Cina è un’opportunità e non un problema” – prova a ribaltare la questione il manager – “Piuttosto, è il fatto che si sia manifestato in maniera repentina a generare il nodo di come affrontarlo”.


Il riciclo arriva dopo, e solo se la raccolta funziona. Ma in molti comuni, osserva Longoni, mancano addirittura le piattaforme ecologiche. “In Italia siamo in grado di gestire qualunque quantità” – spiega – “ma, se in Svezia si può chiedere a un cittadino di percorrere 40 chilometri per gettare i rifiuti in considerazione della conformazione territoriale del paese e della densità abitativa, da noi è impensabile costringere il cittadino a guidare per un’ora. Così, anche anche il più virtuoso non collabora, se non è messo nelle condizioni di farlo”. La situazione è omogenea lungo la Penisola? “Inutile negarlo, alcune regioni sono più indietro di altre”, chiosa Longoni.


Il riciclo e l’end of waste


Recuperato il materiale, e avviate le lavorazioni, il problema diventa il cosiddetto end of waste, anglicismo per indicare il punto in cui il rifiuto acquisisce lo status di materia prima seconda e può, quindi, essere riutilizzato. Questa soglia non è arbitraria, ma deve essere indicata dalla legge. “Ma si naviga a vista, e si naviga male. Tutte le volte che ci si interfaccia con burocrazia ci si perde in mille rivoli”, riprende Piardi. “La normativa italiana esiste, ma, a mio avviso, è farraginosa. E anche le norme internazionali mancano di un approccio strutturato, che renda chiaro a tutti cosa fare”. Senza criteri armonici, i materiali lavorati non possono essere portati sul mercato internazionale per essere venduti. Il processo si blocca di nuovo, a un passo dalla conclusione.


Non manca qualche esempio virtuoso di collaborazione con il settore pubblico. “Treviso esiste un osservatorio Arpa sui rifiuti che funziona molto bene, diretto dalla dottoressa Lorena Franz. Si tratta di una struttura all’avanguardia con cui lavoriamo forse anche più di quanto facciano gli enti pubblici”, dice Piardi. Ma è un’eccezione, più che la regola. Il problema della gestione dei rifiuti, lato oscuro del benessere, resta un tema taboo per la politica, che finora ha nicchiato.


Il mercato


Una volta recuperate e raggiunto il livello di purezza richiesto dalle normative sull’end of waste (quando esistono), le materie prime seconde vengono immesse sul mercato: per l’acciaio è ben strutturato anche in Italia, e sono gli stessi impianti di recupero a definire il prezzo di vendita con gli acquirenti tramite contrattazione diretta, come accade anche per diversi altri materiali. Per alcune tipologie, il riferimento è, invece, il listino Lme (London Metal Exchange).


Il mercato funziona? “I produttori di apparecchiature, oggi chiamati alla ‘cosiddetta responsabilità estesa’, non si sottraggono” – conclude Longoni. “Anzi: se potessero avere indietro una parte dei materiali impiegati, potrebbero giovarsene nei cicli produttivi. Ma rendere conveniente il riutilizzo è un percorso lungo, e ancora nelle fasi iniziali. Molto resta da fare. Ci si è messa anche la congiuntura: con il calo del prezzo del petrolio dovuto al coronavirus, è calato anche il prezzo della plastica vergine .

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